Mantova – Laboratorio di ricerca-formazione con studenti migranti e l’approccio dialogico-problematizzante di Paulo Freire
Leggere la parola, leggere il mondo
Quando la lingua diventa spazio di coscienza e trasformazione
Ci sono momenti in cui un laboratorio non è solo un laboratorio, ma diventa uno spazio in cui le persone iniziano a nominare il mondo — e, nel farlo, iniziano a cambiarlo.
È quello che è accaduto a Mantova, durante un percorso di ricerca-formazione che abbiamo realizzato con circa quaranta persone con background migratorio, inserite nel sistema dell’accoglienza e impegnate nell’apprendimento dell’italiano.
Il progetto è realizzato con il Progetto SAI – Enea di Mantova, all’interno di un più ampio percorso di ricerca e formazione che coinvolge anche altri enti territoriali impegnati nell’accoglienza.
Due giornate di lavoro, apparentemente. In realtà, molto di più.
Non insegnare parole. Creare le condizioni per dirle
Il laboratorio, facilitato da Anna Zumbo, si colloca all’interno del Programma “Alfabetizzare non è insegnare a ripetere parole ma a dire la propria parola”, che promuove una riflessione pedagogica sui processi di accoglienza e formazione delle persone con background migratorio.
Il punto di partenza non è mai la lingua come tecnica. Non si tratta di “insegnare l’italiano”, ma di creare uno spazio in cui la parola possa emergere, perché la parola — quando è autentica — non è mai neutra: è identità, esperienza, conflitto, desiderio.
Per questo il laboratorio è stato costruito come uno spazio circolare di ascolto e dialogo, in cui ogni persona potesse esprimersi: nella propria lingua madre, attraverso lingue ponte, oppure in italiano, anche in forma incerta, incompleta, in costruzione.
Dal racconto individuale alla lettura collettiva della realtà
I temi non sono stati scelti a priori: sono emersi dalle vite delle persone. Il lavoro, la scuola, la città, l’accoglienza, le relazioni — con i propri gruppi di appartenenza e con la società italiana.
Non sono stati trattati come “argomenti”, ma sono diventati oggetti di indagine collettiva.
Attraverso il dialogo, il confronto, la narrazione, le persone hanno iniziato a riconoscere le proprie esperienze, a metterle in relazione con quelle degli altri, ad individuare contraddizioni, tensioni, ingiustizie e a formulare domande.
È qui che avviene il passaggio chiave: dal vissuto individuale alla lettura critica e condivisa della realtà.
Un metodo che attiva, non che trasmette
Il cuore del lavoro è l’approccio dialogico-problematizzante. Non si trasferiscono contenuti: si attivano processi.
Il laboratorio si sviluppa come un percorso in movimento: emersione dei vissuti, esplorazione dei desideri, analisi delle criticità, costruzione di visioni possibili, ri-narrazione collettiva.
Le domande guidano il processo come dispositivi di attivazione: senza scopi didattici predefiniti, senza retorica.
Il plurilinguismo come leva, non come ostacolo
Uno degli elementi più potenti del lavoro è stato il riconoscimento del plurilinguismo. Le lingue non sono state ridotte a strumenti di comunicazione, ma trattate come portatrici di mondo.
L’uso delle lingue madri ha permesso di esprimere contenuti complessi, accedere a dimensioni emotive profonde, ridurre le asimmetrie tra chi “sa” e chi “sta imparando”.
L’italiano, in questo processo, non è stato imposto, ma è emerso come lingua di connessione. Non come obbligo, ma come possibilità.
Quando le persone prendono parola, cambiano posizione
Uno degli effetti più evidenti è stato il cambiamento di postura dei partecipanti: da utenti a soggetti, da destinatari a produttori di senso. Le persone hanno iniziato a partecipare attivamente, a costruire sapere insieme, a nominare difficoltà e ingiustizie, a immaginare alternative. La lingua diventa così strumento di relazione, spazio di riconoscimento e leva di potere.
Un impatto che riguarda anche chi accompagna
Il laboratorio non trasforma solo chi partecipa, ma anche chi facilita.
Insegnanti e operatori hanno sperimentato una diversa idea di apprendimento, una postura meno direttiva e più maieutica, il valore del non sapere come spazio di lavoro, la possibilità di essere co-apprendenti.
Anche il setting cambia: niente cattedra, sedie in cerchio, parola distribuita. Non è un dettaglio logistico, ma una scelta politica, ancora oggi tutt’altro che scontata.
La lingua, il gruppo e il metodo sono strumenti. L’obiettivo è un altro: riattivare la possibilità di dire la propria parola nel mondo.
È un apprendimento esigente: richiede di lasciare spazio, di rinunciare al controllo, di abitare l’incertezza. Ma è lì che il lavoro diventa vivo. Ed è lì che lavoriamo.
Non per dare risposte, ma perché le persone possano prendere parola, mettere in discussione ciò che vivono e cambiare posizione dentro la realtà.
Questo significa anche scegliere cosa non fare: non semplificare, non normalizzare, non dirigere.
E assumere un altro ruolo: preparare contesti, porre domande, tutelare il metodo, difendere uno spazio in cui la parola possa circolare e diventare azione.
E apprendere a farlo nell’ordinario della propria esperienza personale e professionale.