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Il potere dell’assistente sociale
Empowerment delle Persone e Professioni

Il potere dell’assistente sociale

Studio Kappa
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17 Maggio 2026
4 min di lettura
Il potere dell’assistente sociale

Torino – Il ruolo del potere nella professione dell’assistente sociale.

Le cronache dei media di questo periodo storico sembrano mettere al centro il ruolo di alcune professioni del sociale e il ruolo autoritativo dello Stato di cui queste professioni sono tutrici, esecutrici, portatrici.
La domanda che pongono è qual è il confine tra tale ruolo dello Stato e la dignità, la responsabilità e la libertà che è in capo a ciascun cittadino e cittadina e a ciascuna famiglia?
Fino a dove si può spingere uno Stato e i suoi funzionari nella sua azione di intromissione nella vita delle persone?
Qual è il confine? È giusto che ci sia un confine? Oltre quale confine una democrazia supera il limite e si trasforma in una forma di governo non democratica?

Queste domande ci interrogano proprio suscitate dalle situazioni che le cronache giornalistiche portano oggi all’opinione pubblica.
Non entriamo nel merito delle situazioni singole, di cui come tutti non abbiamo elementi concreti e fonti affidabili per effettuare una valutazione solidamente fondata, considerato il fatto che i professionisti coinvolti sono tutti tenuti al segreto professionale e al segreto d’ufficio e che quindi necessariamente il racconto dei media risulta gioco forza romanzato e scarsamente fondato su un dato di realtà che non può essere conosciuto dall’esterno.

Potere e codice deontolongico per l’assistente sociale

Ci pare però utile porre l’attenzione al ruolo che alcune professioni sociali hanno in relazione ai cittadini con cui lavorano nell’esercizio della loro funzione pubblica.
La figura dell’assistente sociale è tra queste figure professionali forse quella che ha un ruolo di responsabilità pubblica più marcato. In talune attività, l’assistente sociale si trova a relazionare al Tribunale ciò che osserva in alcune situazioni, in altri casi invece si trova ad assumere decisioni sulla famiglia che sono più o meno condivise dalla stessa.
Sicuramente l’aver come riferimento un codice deontologico è un elemento di sostegno importante alla difficoltà dell’esercizio del ruolo.
Occorre però riconoscere che talvolta l’assistente sociale si trova di fronte a situazioni che attivano sentimenti contrastanti, una dimensione etica, valoriale, di visione del mondo e della funzione del servizio pubblico e può oscillare tra un senso di onnipotenza ad un altro di misericordia e impotenza che talvolta risultano due lati della stessa medaglia, perché mantengono la centralità del ruolo decisionale e di potere alla stessa figura professionale.
Non a caso, i cittadini che accedono al servizio sociale vengono spesso chiamati “utenti”, con questa etichetta che ne rappresenta bene la situazione di passività e subalternità rispetto al ruolo decisionale e al potere che esprime il funzionario pubblico.

Quale esercizio del potere?

Ma come esercitare in maniera efficace il potere da parte dell’assistente sociale?
L’esercizio del potere da parte di professioni che ricoprono una funzione pubblica è un tema complesso che difficilmente trova approfondimento e copertura nei percorsi formativi che abilitano tali professioni al loro esercizio pubblico.

Quali sono le caratteristiche dell’esercizio del potere che risultano utili a questa professione?
La formazione che realizza da oltre 10 anni Simone Deflorian presso l’Università di Torino punta su una dimensione dialogica dell’esercizio del potere da parte delle professioni pubbliche, con una particolare attenzione alla capacità di essere attivatori di empowerment.
Accompagna, cioè, un processo formativo in cui gli studenti e le studentesse che, terminati gli studi accademici, si troveranno a svolgere una funzione pubblica, saranno capaci di fare in modo che i cittadini si assumano la responsabilità di orientare e governare il processo di cambiamento che essi stessi ritengono importante e utile per le proprie vite, secondo la logica cara a Rogers.
In tal modo, le persone che accedono ai servizi non risultano più essere soggetti passivi bisognosi di una cura sociale, quanto piuttosto cittadini che orientano le decisioni fondamentali della propria vita avvalendosi dei servizi messi a disposizione dal servizio pubblico che riconosce loro l’autorevolezza e la capacità di autodeterminazione per uscire dalle temporanee situazioni di vita che le società patogene di oggi li portano ad affrontare.
La formazione per costruire e rafforzare questa competenza è necessariamente un training, un allenamento, in cui le professioni pubbliche si misurano in situazioni di palestra professionale e provano a mettere in atto strategie dialogiche ed empowerizzanti.
Già diversi servizi pubblici hanno deciso di affiancare alla formazione degli assistenti sul tema dell’esercizio del potere, anche una specifica supervisione che supera la logica del caso e aiuta tali professionisti ad esplorare e analizzare in piccolo gruppo le modalità in cui gli stessi hanno utilizzato il potere attribuito dalla funzione pubblica.