Cuneo – Quando la prevenzione della violenza inizia dal modo in cui stiamo insieme.
Ci sono contesti educativi in cui il dominio non è dichiarato, ma è ovunque.
Sta nel linguaggio, nei ruoli, nelle modalità con cui si prendono le decisioni. Sta nel modo in cui si ascolta — o si sceglie di non ascoltare. E poi ci si sorprende se, dentro questi stessi contesti, emergono dinamiche di esclusione, abuso o violenza.
Negli ultimi anni, lavorando con diverse organizzazioni impegnate nel generare trasformazione culturale, una verità è diventata evidente: la prevenzione della violenza di genere non inizia dalle regole, ma dai processi.
Non basta introdurre nuove norme. Molte realtà stanno adottando linee guida, protocolli e codici di condotta per ridurre i rischi. Interventi necessari, certo, ma non sufficienti. Una norma può dire cosa non fare, ma non trasforma automaticamente il modo in cui le persone stanno insieme. Se i processi interni restano verticali, opachi e centrati su pochi — basati sull’adattamento più che sulla parola — il rischio non scompare: semplicemente si sposta, si nasconde. E nell’ombra, spesso, si consolida e si riproduce.
Il nodo: educare senza dominio
Partiamo da un incrememnto degli inviti rivolti negli ultimi mesi ad Anna Zumbo per supportare agenzie educative ed organizzazioni ad esplorare con suo originale approccio pedagogico critico e libertario il tema della violenza di genere e più in generale dell’abuso. della violenza di genere e degli abusi sui minori.
”L’impatto dell’approccio che proponiamo non si vede subito nei contenuti, ma nei processi”, spiega Anna Zumbo. “Gli interventi, pur spesso brevi e puntuali, hanno l’obiettivo di portare a consapevolezza critica il mind-set del gruppo con cui lavoriamo per ricreare nuove condizioni in cui le persone possano prendere la parola, il dissenso sia legittimato, il potere sia visibile e discutibile, e la responsabilità sia davvero condivisa. Quando si cambia il setting, le persone iniziano a ridefinire il proprio modo di stare nei contesti.
Questa prospettiva non è nuova. Paulo Freire parlava di educazione come pratica di libertà e non come adattamento; bell hooks ha mostrato come l’educazione possa essere uno spazio di relazione trasformativa e non di controllo; Danilo Dolci ha praticato una maieutica in cui il sapere si costruisce insieme. Il punto, oggi, non è teorico: è estremamente operativo e, per molte organizzazioni e istituzioni educative, ancora profondamente dirompente.”
Cosa succede quando si lavora sui processi
Negli interventi formativi realizzati di recente con agenzie educative e reti di educatori, il lavoro non è partito da “cosa dire sulla violenza”. È iniziato da domande molto più scomode: Chi parla nei nostri gruppi? Chi resta in silenzio? Come si prendono, davvero, le decisioni?
Cosa succede quando emerge un conflitto? Che spazio ha il limite? Chi ha potere? Come lo gestisce? Cosa è violenza? Cosa aggressività? Cosa dominio? Oppresione? Abuso?
Lavorando su questi livelli, accadono cose concrete: persone che tendevano a subire i contesti iniziano a prendere la parola, le dinamiche implicite diventano visibili, il gruppo si accorge delle proprie asimmetrie e la responsabilità smette di essere delegata. Soprattutto, la prevenzione smette di essere un tema astratto ed esterno e diventa una pratica quotidiana.
Comunicazione, potere, trasformazione
Un passaggio chiave riguarda il linguaggio, che non è mai neutro. Dire “gestire i ragazzi” non è lo stesso che dire “costruire insieme un percorso”. Dire “intervenire su un problema” non è lo stesso che dire “prendere parola su ciò che accade”.
Dire “Lo fai tu?” non è lo stesso che chiedere “Chi è nelle condizioni di farlo?”.
L’empowerment inizia qui: nel modo in cui nominiamo le cose. Per questo lavorare sulla comunicazione non è un accessorio cosmetico, ma un punto di leva fondamentale.
Non esiste un modello rigido e replicabile. Esiste una pratica e una consapevolezza che si può scegliere di presidiare con responsabilità: rendere visibili i processi, aprire spazi di parola reale, decostruire le dinamiche di potere e costruire una responsabilità condivisa.
È un percorso più lento, più incerto, più esigente. Ma è anche l’unico modo per non limitarsi a contenere la violenza ex-post, iniziando invece a trasformare i contesti in cui rischia di germogliare.