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Processi educativi senza dominio
Anna Zumbo

Processi educativi senza dominio

Studio Kappa
Studio Kappa
16 Maggio 2026
4 min di lettura
Processi educativi senza dominio

Cuneo – Quando la prevenzione della violenza inizia dal modo in cui stiamo insieme.

​Ci sono contesti educativi in cui il dominio non è dichiarato, ma è ovunque.
​Sta nel linguaggio, nei ruoli, nelle modalità con cui si prendono le decisioni. Sta nel modo in cui si ascolta — o si sceglie di non ascoltare. E poi ci si sorprende se, dentro questi stessi contesti, emergono dinamiche di esclusione, abuso o violenza.
​Negli ultimi anni, lavorando con diverse organizzazioni impegnate nel generare trasformazione culturale, una verità è diventata evidente: la prevenzione della violenza di genere non inizia dalle regole, ma dai processi.
​Non basta introdurre nuove norme. Molte realtà stanno adottando linee guida, protocolli e codici di condotta per ridurre i rischi. Interventi necessari, certo, ma non sufficienti. Una norma può dire cosa non fare, ma non trasforma automaticamente il modo in cui le persone stanno insieme. Se i processi interni restano verticali, opachi e centrati su pochi — basati sull’adattamento più che sulla parola — il rischio non scompare: semplicemente si sposta, si nasconde. E nell’ombra, spesso, si consolida e si riproduce.

​Il nodo: educare senza dominio

​​Partiamo da un incrememnto degli inviti rivolti negli ultimi mesi ad Anna Zumbo per supportare agenzie educative ed organizzazioni ad esplorare con suo originale approccio pedagogico critico e libertario il tema della violenza di genere e  più in generale dell’abuso. della violenza di genere e degli abusi sui minori.

​”L’impatto dell’approccio che proponiamo non si vede subito nei contenuti, ma nei processi”, spiega Anna Zumbo. “Gli interventi, pur spesso brevi e puntuali, hanno l’obiettivo di portare a consapevolezza critica il mind-set del gruppo con cui lavoriamo per ricreare nuove  condizioni in cui le persone possano prendere la parola, il dissenso sia legittimato, il potere sia visibile e discutibile, e la responsabilità sia davvero condivisa. Quando si cambia il setting, le persone iniziano a ridefinire il proprio modo di stare nei contesti.
​Questa prospettiva non è nuova. Paulo Freire parlava di educazione come pratica di libertà e non come adattamento; bell hooks ha mostrato come l’educazione possa essere uno spazio di relazione trasformativa e non di controllo; Danilo Dolci ha praticato una maieutica in cui il sapere si costruisce insieme. Il punto, oggi, non è teorico: è estremamente operativo e, per molte organizzazioni e istituzioni educative, ancora profondamente dirompente.”

​Cosa succede quando si lavora sui processi

​Negli interventi formativi realizzati di recente con agenzie educative e reti di educatori, il lavoro non è partito da “cosa dire sulla violenza”. È iniziato da domande molto più scomode: ​Chi parla nei nostri gruppi? ​Chi resta in silenzio? ​Come si prendono, davvero, le decisioni?
​Cosa succede quando emerge un conflitto? ​Che spazio ha il limite? Chi ha potere?  Come lo gestisce? Cosa è violenza? Cosa aggressività? Cosa dominio? Oppresione? Abuso?
​Lavorando su questi livelli, accadono cose concrete: persone che tendevano a subire i contesti iniziano a prendere la parola, le dinamiche implicite diventano visibili, il gruppo si accorge delle proprie asimmetrie e la responsabilità smette di essere delegata. Soprattutto, la prevenzione smette di essere un tema astratto ed esterno e diventa una pratica quotidiana.

​Comunicazione, potere, trasformazione

​Un passaggio chiave riguarda il linguaggio, che non è mai neutro. ​Dire “gestire i ragazzi” non è lo stesso che dire “costruire insieme un percorso”. ​Dire “intervenire su un problema” non è lo stesso che dire “prendere parola su ciò che accade”.
​Dire “Lo fai tu?” non è lo stesso che chiedere “Chi è nelle condizioni di farlo?”.
​L’empowerment inizia qui: nel modo in cui nominiamo le cose. Per questo lavorare sulla comunicazione non è un accessorio cosmetico, ma un punto di leva fondamentale.
​Non esiste un modello rigido e replicabile. Esiste una pratica e una consapevolezza che si può scegliere di presidiare con responsabilità: rendere visibili i processi, aprire spazi di parola reale, decostruire le dinamiche di potere e costruire una responsabilità condivisa.
​È un percorso più lento, più incerto, più esigente. Ma è anche l’unico modo per non limitarsi a contenere la violenza ex-post, iniziando invece a trasformare i contesti in cui rischia di germogliare.