SIMONE DEFLORIAN
Biografia
Nasce ad Asti da Lucia, impiegata comunale, e Luigi, professore delle scuole medie. Viene alla luce sorridendo al mondo. Il parto è seguito dalla nonna Lina, che lavora come infermiera alla maternità. La madre Lucia è originaria di Asti, seppur nata a Cairo Montenotte (SV); il padre Luigi è natio di Tesero (TN), in Val di Fiemme.
Quando Simone Deflorian racconta la storia della sua vita inizia solitamente dai suoi nonni.
Le radici
Il nonno paterno Alberto parte per la Russia (Fronte Orientale della seconda guerra mondiale) che sua moglie Lina era 19enne incinta di Luigi. Dalla guerra in Russia, il nonno Alberto non torna e non si ha più notizia. Resta un buco nero nella storia della famiglia di Simone Deflorian.
La nonna Lina aspetta tutta la vita che il suo uomo torni dalla campagna di Russia, fino a quando a 93 anni lo raggiunge in cielo.
In diverse occasioni, insieme ad altre donne come lei, va in Russia a cercare nei cimiteri di guerra informazioni e indizi sul suo Alberto, senza fortuna. La vita di Lina è una vita difficile fatta di sacrifici, fatiche sempre con il sorriso sulle labbra e una parola buona per tutti, nonostante una scolarizzazione scarsa.
E’ la terzogenita del primo matrimonio di suo padre Emilio, che poi, rimasto vedovo, si risposa con Elvira, una donna di cultura, lingua e tradizione tedesca, che non ha mai accettato i figli del primo matrimonio del marito. Il primogenito Dario entra in seminario e diviene un sacerdote. Molti anni più tardi, egli descriveva la sua scelta vocazionale, tra il serio e il faceto, come la scelta di un “minchione”.
Beppino, il secondogenito, finito in campo di concentramento ad Auschwitz (PL) dove probabilmente si era salvato finendo a fare il Kapo, va poi a lavorare in miniera in Belgio e torna alcoolizzato.
Infine la terzogenita, Lina, viene mandata a fare la servetta a casa di una famiglia benestante della zona. Durante il periodo della leva militare, Lina conosce Alberto che poi la sposa e porta con sè a Tesero (TN), dove egli fa il fornaio e panettiere.
Alberto ha diversi fratelli e la sua famiglia pur nella povertà generale, ha da mangiare tutti i giorni. A Tesero (TN), Lina non ha parenti o amici, ma solo il suo Alberto.
Quando Alberto parte per la guerra lei è incinta di Luigi. Tenta di sopravvivere pochi anni. Sono gli anni in cui sviene dalla fame davanti al suo piccolo Luigi, che la guarda piangendo e probabilmente non capendo. E’ sola, senza mangiare, senza una famiglia di riferimento, con pochissimi strumenti culturali (sa solo leggere e scrivere in maniera semplice).
Nella disperazione, decide di prendere il piccolo Luigi di pochi anni e di andare da suo fratello prete, prima a Imperia e poi ad Asti, ove c’è la casa madre degli Oblati di San Giuseppe, a cui Dario (già don Dario) si era unito, con la speranza che “nella chiesa qualcosa da mangiare lo avrebbero trovato”.
Ad Asti, Lina trova da vivere e dormire presso la maternità dove inizia a lavorare come inserviente e lascia il piccolo Luigi a crescere nel collegio “Fulgor”, con le dure regole degli istituti del dopoguerra. Qualche anno più tardi, riesce a trovare da vivere in una piccola casa sua e così in alcuni weekend può ospitare a casa il figlio Luigi.
La storia della famiglia materna di Simone Deflorian non è meno pregnante.
Felice e Jucci, genitori della madre Lucia, sono una coppia della classe media. Sono di estrazione contadina e le loro famiglie sono proprietarie di campi di coltivazione, nella periferia sud della città.
Felice fa il capostazione e Jucci la casalinga.
Felice viene descritto come un uomo scherzoso, ricco di inventiva e creatività, al punto che aveva inventato lui stesso diversi giochi (tra cui l’altalena) per le due figlie, Lucia e Piercarla. Felice è interessato alle novità e alle nuove scoperte.
Inventiva, creatività, curiosità per il nuovo e la capacità di scherzare sono qualità che saltando una generazione sono poi rimaste nel carattere di Simone Deflorian, pur non avendo mai avuto modo di conoscere il nonno.
Quando giunge la guerra e il tempo di partire, Felice si toglie tutti i denti, per poter essere dichiarato inabile alla guerra e così accade.
La passione per le novità, lo porta ad acquistare una delle prime moto in circolazione in città.
A 58 anni Felice muore per un tumore al fegato, una settimana dopo il matrimonio di Lucia e Luigi. Per via del suo stato di salute, non riesce ad accompagnare all’altare la figlia Lucia.
I genitori di Lucia prendono Luigi come parte della famiglia e Felice lo sente e lo tratta come se fosse un suo figlio.
Luigi, povero e in collegio, non ha i soldi per comprarsi il vestito da matrimonio e così i futuri suoceri (Felice e Jucci) provvedono all’acquisto del vestito per lui.
Gli anni '70
Dopo qualche anno arriva il piccolo Simone Deflorian. Primogenito. Per un padre cresciuto tra maschi in collegio e una nonna paterna che aspettava il rientro del suo uomo dalla guerra, avere un primogenito maschio, in una società ancora profondamente patriarcale, è una gioia immensa.
Dopo 20 mesi la famiglia di Lucia e Luigi si allarga. Arriva Sara.
Simone e Sara crescono felici e fanno le esperienze dei bambini.
Simone viene mandato ad una scuola materna gestita da suore, ma dopo il primo giorno fa una scenata così forte che Lucia e Luigi capiscono che è il caso di cambiare scuola e lo portano in una scuola materna comunale, frequentata da bambini della classe popolare.
Trascorrono quegli anni sereni e felici di tale scuola e con tanti amici che conoscono. Molti di quei ricordi li conservano ancora da adulti.
Simone è un bambino sveglio e con una intelligenza vivace. Curioso. Sempre sorridente.
Nel corso del periodo delle scuole elementari, tutti i pomeriggi va a giocare a pallone con altri bambini nell’unico “stadio da calcio” fatto a “L” e con un albero in mezzo, da dribblare anche lui.
A 7 anni, Lucia e Luigi lo portano per la prima volta ai Lupetti (i bambini scout), insieme alla sorella Sara, accolta anche se fuori età, perché è con il fratello.
L’esperienza scout gli segna e gli forgia il carattere, lo stile, l’amore per la vita e per la natura che sarà una costante della sua esistenza e insieme con l’instancabile necessità di “lasciare il mondo un po’ migliore di come l’abbiamo trovato”.
Trascorre oltre 20 anni tra gli scout, dove per diverso tempo svolge servizio come capo in Branca R/S (lavora con i ragazzi dai 16 ai 21 anni).
Gli anni '80 e '90
Le scuole elementari e le scuole medie passano in maniera brillante.
Con l’inizio del Liceo incomincia un periodo di scarsi e ingiustificati risultati scolastici.
Alcuni anni dopo, capirà che tali difficoltà non erano dovute a scarso impegno o interesse, ma ad un periodo di problemi all’interno della sua famiglia che lo segnano dentro. Tali problemi lo portano a perdere qualche anno di scuola e a vivere un momento buio nella fase della sua adolescenza, che dura fin verso i 24-25 anni.
Sono momenti difficili, in cui fa difficoltà a comprendere il senso del suo esistere in questo mondo.
A 22 anni sceglie il servizio civile. Trascorre un anno in comunità fuori casa. In questo periodo, lavora come “segretario della segretaria” della Caritas Diocesana e come responsabile del Centro di Accoglienza della stessa organizzazione cattolica. Gli vengono assegnate grosse responsabilità.
Il Centro di Accoglienza offre ospitalità a persone con storie e situazioni personali molto diverse tra loro.
Vi soggiornano persone senza fissa dimora, persone con problemi legati all’uso di sostanze, persone straniere, persone carcerate in licenza premio, persone con problemi psichiatrici, persone con situazioni di HIV, persone nomadi e molte altre ancora.
Il suo compito è quello di occuparsi della loro accoglienza. Gli assegna il posto letto, gli presenta le regole della comunità, prepara da mangiare per tutti e facilita la vita tra gli ospiti.
Si tratta di un’esperienza forte, che ne segnerà la vita.
Scopre un mondo nuovo, un mondo di cui ignorava l’esistenza, un mondo con regole e leggi diverse dal mondo in cui aveva vissuto fino ad allora.
Negli stessi anni viene a contatto con l’educazione popolare, attraverso l’esperienza di Lina Ferrero della Cascina La Ghiaia, di Berzano San Pietro (AT). L’incontro con la Cascina La Ghiaia arriva troppo presto e non riesce a comprendere a pieno la portata di quell’esperienza, da cui rimane turbato. Sono anni che lo aiutano a trovare quel suo senso nel mondo, che non riusciva a vedere.
Nel 1994, terminato da una settimana il Servizio Civile, in Piemonte si verifica l’alluvione che mette sott’acqua circa un quarto della città di Asti. In tale occasione, nasce un coordinamento cittadino delle realtà di volontariato e Simone Deflorian diventa responsabile per conto dell’A.G.E.S.C.I. (associazione degli scout) degli interventi dei volontari scout in città, andando ad accompagnare le squadre di lavoro nei luoghi assegnati a loro dal coordinamento e occupandosi anche delle loro sistemazioni per i pernottamenti, in raccordo con Beppe Passarino che ne cura la regia presso il coordinamento.
Gli anni successivi sono anni in cui aspetta che il suo senso nel mondo si evidenzi con maggior chiarezza e nel frattempo collabora con un amico geometra e soprattutto con un amico restauratore di mobili antichi, ove realizza gli interventi più grossolani sulle parti lignee.
Già durante il servizio civile inizia a prendere parte al Nucleo di Educazione alla Pace, diramazione del Centro Studi della Caritas Diocesana, Centro Studi diretto da Angiola Brumana.
Il N.E.A.P. realizza interventi didattici e formativi con gli alunni e gli insegnanti delle scuole della provincia di Asti.
Tale gruppo si ispira ai modelli di intervento pedagogici del Centro Studi Domenico Sereno Regis di Torino, in cui lavorano Angela Dogliotti Marasso e Nanni Salio e al Centro Psico-Pedagogico per la Pace e la gestione dei Conflitti di Piacenza, in cui opera Daniele Novara.
Al Nucleo di Educazione alla Pace di Asti afferiscono insegnanti, educatori, pedagogisti, psicologi, filosofi della provincia.
Il N.E.A.P. ha una forte espansione e moltissime scuole richiedono l’intervento del gruppo con le classi e nella formazione agli insegnanti.
All’interno del gruppo sono presenti due linee, che non trovano sintesi.
Una parte delle persone vorrebbe sviluppare l’esperienza svolta come volontari in un’attività professionale maggiormente qualificata, un’altra parte invece vorrebbe mantenere l’intervento come un’attività volontaria, a cui dedicare una parte del tempo libero.
Dopo una decina d’anni, il N.E.A.P. esaurisce la sua spinta propulsiva e gli interventi formativi gradualmente si interrompono.
Queste esperienze lo aiutano a far luce su come orientare il senso della propria vita.
Nel 1996 conosce Gino Piccio, prete operaio e maggiore esperto in Italia delle sperimentazioni del Metodo di Paulo Freire, che ha personalmente incontrato a Ginevra, nel periodo in cui il pedagogista brasiliano in esilio, collaborava con la Caritas Svizzera.
Gino Piccio diventa la figura umana più importante della sua vita.
Attraverso di lui, scopre che i pensieri, le riflessioni, i valori, le visioni, ma anche le ipotesi di miglioramento del mondo e delle vite delle persone che lui in maniera confusa portava dentro di sé, erano già state sistematizzate dal pedagogista brasiliano.
Così, la scoperta, attraverso Gino Piccio, del metodo di Paulo Freire è solo una migliore messa a fuoco e sistematizzazione di spunti e riflessioni culturali, antropologiche e filosofiche che egli già aveva dentro.
Inizia così a collaborare strettamente e con continuità con Gino Piccio, in particolare alle Settimane di Formazione sul metodo di Paulo Freire, che venivano realizzate presso la Cascina G ad Ottiglio (AL), dimora di Gino Piccio. Ecco il senso della sua vita. Ora era divenuto chiaro.
Parallelamente, la sorella Sara si laurea in Servizio Sociale e inizia a lavorare con l’A.S.L. presso il Servizio Tossicodipendenze (Ser.T.).
Nel Dicembre del 1997, insieme a Roberto Macagno e Giampiero Monaca va volontario a Camerino (MC), responsabile di un grosso centro di accoglienza per gli sfollati dal terremoto.
Gli anni 2000
Gli anni successivi lo vedono impegnato a condurre attività di formazione e a terminare gli studi universitari, in Scienze dell’Educazione, proprio con indirizzo alla formazione degli adulti.
Verso la fine degli anni ’90 fonda la Rete Maieutica, una rete nazionale di professionisti e formatori che utilizza la maieutica come base della metodologia con cui vengono realizzati i momenti formativi.
Nel 2004, insieme con Alessandro Terzuolo, Domenico Loguercio, Isabella Roggia, Pamela Bongiovanni e Sara Graziano fonda StudioKappa, che negli anni allarga il suo raggio di intervento a Europa, America e Africa.
Con StudioKappa si trovano a collaborare molti professionisti sparsi sul territorio italiano e man mano gli altri iniziali fondatori prendono strade diverse andando ad insegnare in Università all’estero o intraprendendo attività professionali in proprio.
A partire dal 2005 si incuriosisce del processo di transizione dal modello socialista a quello capitalista che i Paesi dell’Est Europa stavano affrontando a seguito della caduta del muro di Berlino e della dichiarazione di indipendenza da parte di alcuni di questi.
Così trascorre molto tempo in attività di studio, ricerca e sperimentazione in Nord-Est Europa (in particolare nei Paesi Baltici), vivendo lì in media un giorno alla settimana, per oltre 10 anni.
Dal 2010 ad oggi
Dal 2010 viene chiamato in Svizzera per formazione e consulenza con Università e grandi aziende.
Con le università lavora alla formazione dei professori, soprattutto per quanto concerne la governance e la facilitazione dei processi partecipativi nei contesti urbani, nei processi di transizione urbana verso una maggiore sostenibilità.
Con le aziende lavora applicando il metodo di Paulo Freire alla formazione aziendale con i formatori delle aziende svizzere.
Di comune accordo con Gino Piccio, inizia a portare le Settimane di Formazione con il metodo di Paulo Freire su e giù per l’Italia, dal Piemonte, alla Sicilia e alla Calabria, accogliendo partecipanti che arrivano anche da Svizzera, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Spagna, e Francia e incontrando molte comunità locali con cui prendere coscienza insieme delle problematiche e insieme attivare processi di liberazione dalle oppressioni.
Dal 2014 insegna all’Università di Torino, ove focalizza i suoi insegnamenti sulle tematiche relative all’Esercizio Dialogico del Potere.
Successivamente inizia ad occuparsi della pianificazione territoriale e organizzativa di alcune misure di politiche pubbliche di sistema quali il Sostegno all’Inclusione Attiva (S.I.A.), il Reddito di Inclusione (R.E.I.), We.Ca.Re. della Regione Piemonte e degli Stati Generali del Sociale.
Nel 2017 viene chiamato in Lettonia per pianificare un intervento di costruzione partecipata delle politiche pubbliche di sviluppo locale, con i cittadini di 3 distretti confinanti di Lettonia, Lituania e Bielorussia.
In Lettonia aveva già avuto modo di lavorare ad un piano di rafforzamento dei legami tra strutture di protezione sociale e aree urbane della città di Riga (LV).
Nello stesso anno, collabora con alcune liste civiche per la stesura del Programma Elettorale Partecipato, ove forma e guida un gruppo di attivisti a realizzare nei quartieri urbani la ricerca e le assemblee utili a costruire insieme con i cittadini tale programma.
Nel 2018 sperimenta (non esistono altre sperimentazioni di questo tipo) l’applicazione del metodo di Paulo Freire all’interno di un grosso condominio, nella gestione dei rapporti tra condomini e con la società che si occupa dell’amministrazione condominiale.
L’intervento dura un anno e mezzo e al termine, i condomini decidono di riassumere a sé il pieno controllo della gestione condominiale, liberandosi della società.
Nel Marzo 2019 ottiene l’importante riconoscimento di essere invitato a Mosca (RU) dall’Accademia delle Scienze della Russia (la più importante istituzione scientifica del Paese) per presentare gli interventi di sviluppo di comunità, pianificazione urbana partecipata, rafforzamento territoriale e costruzione partecipata delle politiche pubbliche di sviluppo locale. Al seminario partecipano alcune municipalità dell’interland della capitale russa (RU).
Dopo alcuni giorni, gli organizzatori dell’Accademia delle Scienze della Russia, contattano Simone Deflorian per comunicargli che le municipalità sono rimaste entusiaste dei racconti delle esperienze e hanno deciso di “copiare” alcuni degli interventi realizzati da lui in Italia, Svizzera e Nord Europa e chiameranno i progetti di quegli interventi con il suo nome.
Questi sono anche gli anni in cui riprende gli studi accademici e termina una seconda laurea di matrice sociologica all’Università di Trento.